Home Scienza e Tech Allarme Greenpeace: Plastica nei pesci e nei molluschi che mangiamo

Allarme Greenpeace: Plastica nei pesci e nei molluschi che mangiamo

Pur non avendo dati certi di quanta plastica sia presente oggi nei nostri mari, alcuni modelli teorici ne stimano la quantità totale tra cinquemila e cinquantamila miliardi di frammenti (praticamente è impossibile ottenere stime precise) equivalenti in peso a più di 260 mila tonnellate, senza contare i rifiuti di plastica presenti sulle spiagge o sui fondali.

La presenza di enormi quantitativi di plastica in mare è particolarmente preoccupante a causa della loro persistenza e per l’ampia capacità di dispersione su scala globale. Se l’effetto dei pezzi di plastica di maggiori dimensioni (macroplastiche, con diametro o lunghezza maggiore di 25 millimetri, e mesoplastiche, tra 5 e 25 millimetri) è più noto perché tutti possiamo vedere la plastica sulle nostre spiagge o per le foto di uccelli e mammiferi marini con grandi quantità di rifiuti di plastica nei loro stomaci, c’è una minaccia a molti ancora ignota, quella delle microplastiche. Tartaruga intrappolata nella plastica (Mediterraneo) – Greenpeace/Carè. Per microplastiche si intendono particelle di plastica di diametro o lunghezza inferiore ai 5 mm, che possono essere prodotte dall’industria (come le microsfere utilizzate in molti prodotti cosmetici o per l’igiene personale), o derivare dalla degradazione in mare di oggetti di plastica più grandi per effetto del vento, del moto ondoso o della luce ultravioletta. La produzione globale di plastica negli ultimi anni, dal 2002 al 2013, è aumentata da 204 a 299 milioni di tonnellate/anno. Gran parte della plastica è utilizzata per gli imballaggi (39.6 per cento) o comunque per prodotti monouso, generando montagne di rifiuti che finiscono in gran parte nelle discariche o semplicemente dispersi per finire negli oceani tramite i corsi d’acqua, gli scarichi urbani, percolando nel terreno dalle discariche o perché deliberatamente buttati in mare.

La presenza delle microplastiche in mare potrebbe generare impatti maggiori di quelli delle macro e mesoplastiche. A causa delle ridotte dimensioni, le microplastiche possono essere involontariamente ingerite da un numero enorme di organismi e (per il maggior rapporto superficie/volume) possono assorbire più contaminanti tossici (a parità di peso) dei frammenti di maggiori dimensioni. Tali sostanze, possono essere poi rilasciate (assieme a tutte le sostanze utilizzate nel ciclo produttivo della plastica) dopo l’ingestione accidentale. Microplastiche in un pesce – The 5 Gyres Institute. Le microplastiche negli organismi marini Nel rapporto “Plastics in seafood” Greenpeace ha raccolto i risultati dei più recenti studi scientifici sulla presenza di microplastiche nell’ambiente marino e, in particolare, sulla presenza di microplastiche in pesci e molluschi e sul potenziale effetto sanitario derivante dal consumo di prodotti ittici contaminati con frammenti plastici. L’ingestione di microplastiche da parte di organismi marini è ampiamente documentata: sono almeno 170 gli organismi marini (vertebrati e invertebrati) che certamente ingeriscono tali frammenti. Un recente studio condotto su 121 esemplari di pesci del Mediterraneo centrale, tra cui specie 3 commerciali come il pesce spada, il tonno rosso e tonno alalunga, ha identificato la presenza di frammenti di plastica nel 18,2 per cento dei campioni analizzati. Analogamente, studi condotti su 26 specie di pesci delle coste atlantiche portoghesi hanno evidenziato la presenza di microplastiche nel 19,8 per cento dei campioni di pesci analizzati: i quantitativi più elevati sono stati ritrovati nel lanzardo (Scomber japonicus) una specie simile allo sgombro e presente sul mercato italiano. Un altro studio sugli scampi (Nephropos norvegicus) ha dimostrato la presenza di frammenti di plastica nello stomaco dell’83 per cento degli esemplari raccolti lungo le coste britanniche.

L’impatto delle microplastiche sulla salute dell’uomo

Gli studi che riguardano il possibile effetto tossicologico generato dall’ingestione di cibo contaminato con microplastiche (ad esempio molluschi o pesci) nell’uomo sono ancora agli albori. Tuttavia, considerando che le microplastiche sono presenti in diverse specie ittiche consumate dall’uomo, è verosimile che con l’alimentazione si possano ingerire microplastiche soprattutto nel caso dei molluschi, che sono consumati interi. Anche se al momento è difficile definire i possibili rischi per la salute umana, sono stati identificati una serie di problemi (ancora oggetto d’indagine) che potrebbero derivare dall’ingestione di microplastiche tramite prodotti ittici contaminati: dalla diretta interazione tra le microplastiche e i nostri tessuti e cellule, fino a un ruolo come fonte aggiuntiva di esposizione a sostanze tossiche. Considerando che molti degli additivi e contaminanti associati alle microplastiche sono pericolosi per la salute umana e per l’ambiente , questo aspetto rimane una delle principali aree su cui concentrare le ricerche in futuro.

Conclusioni

La presenza di microplastiche in mare è diffusa e diversi studi dimostrano che le microplastiche possono essere ingerite da diversi organismi marini e trasferite lungo la catena alimentare. La ricerca sta cercando di identificare gli eventuali effetti (fisici e tossicologici) delle microplastiche sugli organismi marini e sulla salute umana. Tuttavia, in attesa di dati e conclusioni certe sull’impatto che le microplastiche potrebbero avere sugli organismi marini, l’ambiente e la salute umana, Greenpeace ritiene necessaria l’applicazione urgente del principio di precauzione per stabilire regole stringenti e ridurre l’utilizzo di plastica in generale e in particolare di bandire la produzione e l’uso di microplastiche come le microsfere utilizzate nei prodotti cosmetici.