Vivisezione animale per la sperimentazione, diminuita nel 2014 ma non abbastanza

By | 3 Set 2016

Buone, ma non buonissime notizie per gli amanti degli animali, secondo i dati statistici riportati dal Ministero della Salute Italiano, sono in diminuzione le sperimentazioni cliniche sugli animali. Il calo è iniziato nel 2014, con ben 30.000 animali utilizzati in meno rispetto al 2013. I dati sono stati raccolti per la prima volta seguendo la normativa prevista dalla direttiva Europea  2010/63/UE sulla protezione degli animali a fini scientifici. In Italia attualmente grazie alla nuova normativa ci sono all’incirca 7000 animali da “laboratorio”,  nel 2013 erano 723mila, nel 2014 sono scesi a 691mila.

Nello specifico,  sono stati utilizzati circa 485mila topi, 130mila ratti, 28mila polli, 18mila pesci, 17mila porcellini d’india, 7mila conigli e circa 450 macachi.

LAV: Lega anti vivisezione

Finalmente rese pubbliche le statistiche riguardanti il numero di animali usati per fini sperimentali nel 2014. I nuovi dati sono stati raccolti per la prima volta secondo le modalità previste dalla Direttiva 2010/63/UE dal Ministero della Salute, recepita in Italia con il decreto legislativo n.26/2014, e pubblicati nella Gazzetta Ufficiale n.197 del 24 agosto 2016. Il numero totale di animali è in leggero calo, fatto che non deve suscitare applausi né stupire in quanto, per legge, il ricorso agli animali dovrebbe essere l’ultima via di sperimentazione, attuabile solo se non sono disponibili metodi alternativi.

Il numero, purtroppo, è ancora troppo alto: quasi 700.000 gli animali che ogni anno vengono stabulati, utilizzati negli esperimenti, sottoposti a procedure dolorose che producono dati fuorvianti se trasferiti all’uomo. Rispetto alle specie utilizzate, aumenta il ricorso a porcellini d’india, furetti, pecore e, tragicamente, di primati non umani. Il numero di macachi usati nei test è passato da 302 nel 2012 a quasi 450 nel 2014: un aumento inaspettato, soprattutto alla luce di una legge che limita fortemente il ricorso a specie filogeneticamente così vicine alla nostra. Animali che subiscono anche la sofferenza della cattura in natura, considerando che 246 macachi sono stati importati dall’Africa e 196 dall’Asia. Moltissimi topi, la specie più rappresentata nei laboratori, sono allevati per il solo mantenimento di colonie di animali geneticamente modificati. Un sistema in cui si inseriscono, nel Dna dell’animale, tratti genici o geni che portano l’informazione legata alla malattia umana, dove metà degli embrioni muore durante il periodo gestazionale oppure viene soppressa perché nasce priva della modifica genetica. Ben 289.558 le procedure che possono coinvolgere più animali, riferite alla ricerca di base, applicazione che non prevede nessun obbligo di legge e che dovrebbe avere un drastico calo delle autorizzazioni. Solo 14 su un totale di 698.059, invece, le procedure autorizzate per ricerche per la protezione dell’ambiente o nell’interesse della specie stessa. Questi numeri, già di per sé impressionanti, sono in realtà fortemente sottostimati, perché non tengono conto di molte categorie come gli animali usati già deceduti, gli invertebrati o le forme di vita non completamente sviluppate. Allarmante il dato relativo al numero di procedure classificate come gravi, oltre 21.000, dove per “gravi” si intendono sperimentazioni che comportano dolore e angoscia prolungati che possono comportare il non ricorso all’anestesia, come lesioni spinali, stimolazioni elettriche, nuoto forzato e perfusione di organi. Infine, grande parte dei cani utilizzati, in totale sono 500, provengono da allevamenti al di fuori dell’UE: animali spediti come oggetti dagli allevamenti, verso i laboratori di tutto il mondo. “L’impegno verso la riduzione e la sostituzione degli animali nella ricerca rimane purtroppo solo sulla carta, come dimostrano queste statistiche, principio che non viene ascoltato per la mancanza di formazione, gap culturale e interessi economici, e che vincola il nostro Paese a un modello fallimentare di ricerca, anacronistico”, commenta Michela Kuan, biologa, responsabile LAV Area Ricerca senza anima.

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